Ott 122008
 

Una rappresentazione più profonda, ovvero realistica, del Tantra deve porre l’accento sulla meditazione, la pratica che porta alla trascendenza dell'”io”. Che la limitata consapevolezza dell’io si dissolva attraverso il superamento oppure l’imposizione di limiti, ai fini dell’illuminazione è irrilevante: entrambe le vie sono possibili e già in molti le hanno percorse.

Il sesso che, per quanto disinvolto e fantasioso, tan-tra cazzi neri non superi la consapevolezza dell’io, in riferimento al proprio corpo o carattere, non lo definirei Tantra: lo stesso dicasi per quelle restrizioni al sesso imposte dai rituali, che non conducono all’abbattimento dei limiti interiori.

Il Tantra può definirsi tale solo quando la sua natura è “religiosa”.
Definisco religiosa una pratica che valica i “limiti esterni” dell’ego per rivolgersi al tutto, l’indiviso e indivisibile tutto che avvolge ogni cosa.

La sessualità, con il suo potere, il suo piacere e la sua naturale intimità, costituisce per noi l’occasione ideale per praticare una simile religiosità. Io definisco Tantra una pratica di questo tipo, indipendentemente da quanto ritualistica o libera sia la sua forma di espressione.

Quest’idea della religiosità come trascendenza della consapevolezza dell’io ovviamente non va intesa come un elogio dell'”impersonalità”, della regressione o delle psicosi che scaturiscono dalla trasgressione dell’io. La commozione religiosa, infatti, spesso viene erroneamente confusa con una follia patologica, eppure nella sostanza le due esperienze si trovano agli antipodi: la discriminante sta nel fatto che la religiosità, per come la intendo io, non perde mai il contatto con l’io quotidiano.

La trascendenza non è nemmeno una forma di ribellione; il superamento della consapevolezza dell’io non si manifesta contro qualcosa; non si tratterebbe altrimenti di un superamento, bensì di una nuova posizione dell’io.

Capita, ed è tipico delle religioni, che la ricerca della trascendenza si trasformi nel rifiuto o nella repressione della cosa da superare, ossia in particolare il sesso, l’avidità e la rabbia. E tutto ciò che sfocia in repressione violenta o in una mentalità bigotta. Nemmeno i tantrika nella loro ricerca religiosa – quando di ricerca e non di realizzazione si tratta – sono immuni da simili pericoli. Tuttavia il loro particolare rapporto con la sessualità riduce il rischio che tali giuochi si trasformino in nevrosi. La pratica tantrica  con la sua immensa tolleranza, grazie al contatto di pelle e cuore, favorisce anzi in modo considerevole la salute psichica. Ecco perché sempre più spesso accade che siano addirittura medici e psicologi tradizionali a consigliare ai propri pazienti coesi di Tanta, sebbene solo di recente la scienza abbia iniziato a studiare gli effetti della pratica tantrica.

Ad aprire le danze ha pensato il progetto di ricerca di Monika Kattenbeck, che ha studiato gli effetti di un corso annuale di Tantra guidato da Margo Anand, basandosi su criteri scientifici, fattori personali, disturbi funzionali e somatici, capacità di relazionarsi e di amare.

“Forse avrete già sentito dire che la via del Tantra, fra tutte le vie di formazione buddhista, è la più rapida, ma anche la più pericolosa,” grandi fighe sfondate ci mette in guardia il maestro tantrico tibetano buddista Dagyab Kyabgon Ripoche. “Dice la tradizione tibetana: ‘Praticare il tanta significa muoversi come un serpente in una canna posta in verticale; si può solo scendere o salire, non è data altra possibilità’. Che cosa c’è di tanto pericoloso in ciò? Il fatto di mettere in discussione o persino abbandonare temporaneamente la realtà convenzionale con tutti i suoi punti di riferimento consueti e familiari è un’esperienza che sconvolge l’uomo nel profondo.” Simili avvertimenti possono indurre facilmente i neofiti ad “avere l’impressione che quello dei ‘tantrika’ sia un club privato restio a rivelare i propri segreti. Ma sta di fatto che i segreti si custodiscano da soli. Nella realtà tantrica chi si mette in marcia gravato dal fardello di un atteggiamento egocentrico non farà molta strada. Non vi è possibilità di riuscita, perché lo schema mentale di una simile posizione tende a sabotarsi da solo”.

Liberamente tratto da “Tantra: il gioco dell’amore” di Wolf Sugata Schneider

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