Una leggenda molto popolare in India racconta che un giorno il dio Shiva incontrò casualmente un gruppo di sapienti che non riconobbero la sua grandezza. Allora di trasformò in un asceta nudo e sudicio e sedusse le loro mogli.
Furiosi, i saggi lo catturarono e lo castrarono,
ma nel momento in cui il suo membro toccò terra la luce sparì dall’universo.
A quel punto i sapienti capirono di essersi ingannati e implorarono il dio di restituire la luce al mondo. Shiva acconsentì a condizione però che da quel momento in poi lo adorassero sotto forma di lingam (letteralmente “segno”): un fallo che rimane sempre in erezione perché è sempre gonfio di potenza. Il culto del lingam è ancora oggi uno dei più diffusi nella corrente Shivaita.
Nei santuari dei templi dedicati a Shiva il lingam è classicamente scolpito all’interno di un altare cubico sormontato da un emblema femminile, la yoni (“vagina”), che serve da recipiente e da scolo per l’acqua.
L’altare simboleggia il mondo nato dall’unione dei due principi opposti incarnati da Shiva e Parvati: il lingam, fonte della vita e dell’intelletto, e la yoni, simbolo dell’energia cosmica.
Ma poiché nell’iconografia tradizionale il fallo non penetra la yoni per fecondare, bensì si erge dalla base di essa verso lo zenit, il lingam simboleggia la potenza sessuale completamente asservita all’intelletto, controllata nella sua pulsione primigenia e divenuta strumento per l’accrescimento delle facoltà mentali e spirituali.
Ciò rimanda a un ‘ambivalenza intrinseca a molti aspetti dell’Induismo: Shiva, appassionato seduttore, è nel contempo Yogisvara, il perfetto asceta.
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